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Le indagini undercover e l’agente sotto copertura

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Disciplina delle attività di contrasto
La Legge 269/1998 ha aperto la strada ad un utilizzo molto ampio delle indagini informatiche sotto copertura svolte dalle forze di Polizia, attraverso la figura degli agenti provocatori e dei siti web civetta. L’art. 14 della Legge, denominato “Attività di contrasto”, stabilisce al primo comma che, nell’ambito di operazioni disposte dal questore o da un responsabile di livello almeno provinciale, gli ufficiali di Polizia Giudiziaria delle strutture specializzate possono, previa autorizzazione dell’autorità giudiziaria, al solo fine di acquisire elementi di prova in ordine ai delitti di cui agli articoli 600 - bis, primo comma, 600 - ter, commi primo, secondo e terzo, e 600 - quinquies del codice penale, procedere all’acquisto simulato di materiale pornografico ed alle relative attività di intermediazione.
Il secondo comma precisa, inoltre, che, nello svolgimento dei compiti di Polizia delle Comunicazioni, l’organo del Ministero dell’Interno per la sicurezza e la regolarità dei servizi di telecomunicazioni svolge le attività opportune per il contrasto dei reati, di cui al primo comma, commessi utilizzando sistemi informatici o reti di telecomunicazioni disponibili al pubblico. A tal fine, il personale addetto può compiere azioni di copertura, anche per attivare siti nelle reti, realizzare o gestire aree di comunicazione, scambio su reti o sistemi telematici.
E’ importante fare una distinzione tra la figura dell’agente infiltrato (c.d. “undercover”) e quella dell’agente provocatore. Il primo è colui che, fa parte delle Forze di Polizia o collabora formalmente con esse, pone - nell’ambito di un’attività investigativa ufficiale - una condotta di mera osservazione e di contenimento dell’altrui attività illecita. L’agente c.d. “infiltrato” si inserisce in una o più attività penalmente illecite o rilevanti col solo obbiettivo di raccogliere prove su reati a carico di persone che li abbiano commessi, ovvero di far cogliere in flagranza i responsabili di uno o più delitti, ma non assumendo un ruolo attivo nella commissione degli stessi. L’agente provocatore invece è colui che - pur trovandosi nelle stesse condizioni dell’agente “infiltrato” - a differenza del primo, pone in essere una condotta “attiva”, ossia di induzione, ideazione ed esecuzione di uno o più fatti penalmente illeciti.
 

Le indagini undercover e l’agente sotto copertura
Le chat rappresentano il settore di internet dove si manifestano i maggiori rischi per i minori. Tali strumenti di comunicazione, infatti, anche se implicano la mediazione di un computer tra i due interlocutori, consentono rapporti umani estremamente intimi, eliminando differenze di età e culturali che nella “vita reale” limitano le comunicazioni dirette tra minori e adulti. I rapporti telematici sono inoltre privi di elementi identificativi aggiuntivi e l’identità dichiarata potrebbe essere falsa. Tutto ciò facilita i pedofili nella prima fase di contatto le potenziali vittime e consente loro delle forme di molestia di tipo verbale (si può condurre il minore su argomenti di tipo sessuale) e dei tentativi di incontro fuori dalla rete.
Nasce, quindi, la necessità per gli investigatori di dover impersonare un bambino per contrastare i tentativi di adescamento online. Le forze di Polizia specializzate sono autorizzate a partecipare a sessioni di chat sotto copertura, spacciandosi per minorenni e cercando di attirare eventuali pedofili che tentano di adescare dei minori online. Gli investigatori, si fingono minori e cercano anche di organizzare un appuntamento fuori dalla rete.
La principale difficoltà che l’operatore undercover, si trova ad affrontare in questo tipo di indagini è rappresentata dalla necessità di impersonare un bambino verosimile ma, allo stesso tempo, deve
evitare di assumere un atteggiamento eccessivamente provocatorio che potrebbe rappresentare motivo di invalidazione delle indagini durante il processo.
 

I vantaggi dell’attività undercover
Il primo contatto con i pedofili avviene in un contesto investigativo sotto-copertura in cui un agente si finge pedofilo ed entra in contatto con gli stessi. Essi, pertanto, non sentendosi indagati esprimono atteggiamenti e comportamenti più liberi rispetto ad altri contesti. Interagendo con un altro soggetto ritenuto pedofilo (l’agente), gli stessi, esprimono liberamente propositi difficilmente analizzabili da un altro interlocutore (es: un giudice) ed in altri contesti.
Nell’attività undercover in cui l’agente si finge un bambino e riceve le molestie da parte del pedofilo è possibile analizzare le modalità di approccio utilizzate, le quali sono normalmente acquisibili solo attraverso il racconto del bambino abusato e di conseguenza mediati.
 

Dott.ssa Angela Spanti
 

Note
L’articolo è stato estrapolato da un capitolo dalla tesi di laurea intitolata “Tool e metodologie informatiche per il contrasto alla pedofilia online e alla pedo-pornografia” scritta dalla Dott.ssa Angela Spanti e tratto dal sito diritto.it

 


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